Grand Final ai Gold Master 2019: l’eleganza francese in finale
A pochi giorni dai Gold Master 2019, Grand Final arrivava a Compiègne con il titolo di vincitore del Silver Master 2018. Incontro con Pierre-Emmanuel Gélis e Stéphane Bazoge, due creatori che difendono una pirotecnica sensibile, precisa e profondamente musicale.

All’avvicinarsi dei Gold Master 2019, Grand Final si presentava come uno dei concorrenti più attesi della grande finale organizzata all’Ippodromo di Compiègne. Vincitrice del Silver Master 2018, la maison francese tornava al concorso con un obiettivo chiaro: difendere un fuoco d’artificio concepito come un’opera scenica, leggibile da tutti, rigorosa nella costruzione e generosa nelle emozioni. Dietro questa firma, due nomi: Pierre-Emmanuel Gélis e Stéphane Bazoge, fondatori di un’azienda diventata in meno di dieci anni un riferimento dei grandi eventi pirotecnici.
Grand Final, il ritorno di una vincitrice francese a Compiègne
Nel 2019, i Gold Master riunivano i vincitori delle tre edizioni precedenti per una finale di livello particolarmente alto. Grand Final rappresentava la Francia, dopo aver conquistato il Silver Master 2018. Per una società francese, tornare a Compiègne in questo contesto aveva un sapore singolare: quello di un appuntamento in casa, ma anche di un confronto con altre culture pirotecniche, altre scritture, altri modi di far dialogare musica, ritmo e colore.
Pierre-Emmanuel Gélis e Stéphane Bazoge, tuttavia, non affrontavano questa finale come una dimostrazione di forza. La loro linea era più sottile: restare fedeli a ciò che sanno fare, senza cedere alla tentazione di una prestazione tecnica fine a se stessa. Ai loro occhi, il fuoco d’artificio ha senso solo quando diventa accessibile, elegante e sincero. I Masters de Feu offrivano così un terreno ideale per tornare all’essenziale del mestiere: comporre uno spettacolo che parli al pubblico, senza perdere la precisione artigianale che distingue le grandi maison.
Due percorsi complementari all’origine di una firma
Grand Final è stata fondata nel 2010 da Stéphane Bazoge e Pierre-Emmanuel Gélis. I loro percorsi non seguono la stessa traiettoria, ed è proprio questa complementarità a nutrire il loro approccio. Pierre-Emmanuel Gélis proviene da una scuola di commercio e scopre il mondo dei fuochi d’artificio durante uno stage di fine studi, prima di restarvi per un decennio. Stéphane Bazoge, invece, passa dal diritto all’Institut français de Presse e all’organizzazione di eventi sportivi, prima di incontrare lo spettacolo pirotecnico alla fine degli anni ’90.
Questa doppia cultura si ritrova nel modo in cui Grand Final concepisce i propri progetti. Da un lato, c’è un’esigenza di produzione, sicurezza, organizzazione e lettura del sito. Dall’altro, un gusto marcato per la narrazione, il ritmo, l’immagine e la drammaturgia. L’azienda non rivendica soltanto un savoir-faire di sparo: difende una vera e propria scrittura del fuoco, in cui ogni effetto deve trovare il proprio posto, il proprio respiro e la propria necessità.
Dai grandi palcoscenici internazionali all’ippodromo di Compiègne
In meno di dieci anni di attività, al momento di questa intervista, Grand Final aveva già firmato o accompagnato progetti su scene molto diverse: il Festival di Cannes, le feste nazionali da Grenoble a Mexico City, le finali di Champions League ed Europa League, le cerimonie di apertura dei Giochi Africani. Questa varietà dice molto del loro mestiere. Uno spettacolo pirotecnico non si concepisce allo stesso modo in uno stadio, su una facciata architettonica, in riva all’acqua o in un grande spazio aperto come l’Hippodrome de Compiègne.
Per Pierre-Emmanuel Gélis e Stéphane Bazoge, ogni luogo impone il proprio equilibrio. Bisogna confrontarsi con i vincoli tecnici, il budget, le distanze di sicurezza, la percezione del pubblico, ma anche con il potenziale artistico del sito. Uno stadio chiama in causa la potenza, la leggibilità immediata, la celebrazione collettiva. Un’architettura può invitare alla precisione grafica, alla valorizzazione dei volumi e delle linee. Uno spazio aperto, invece, richiede di pensare all’orizzonte, alla profondità e al rapporto con il cielo. A Compiègne, la sfida era dunque trasformare l’hippodrome in una scena notturna, senza perdere l’intimità dello sguardo.
Il rifiuto del semplice bouquet finale
Alla domanda su cosa consenta a uno spettacolo pirotecnico di restare nella memoria, Grand Final non riduce la risposta al bouquet final. Questa posizione è rivelatrice. Il finale può impressionare, far vibrare il suolo, scatenare l’ovazione. Ma un grande spettacolo non si riassume negli ultimi secondi. Ciò che resta, secondo il loro approccio, è un’impressione complessiva: il modo in cui la scrittura è stata tenuta, la coerenza dei quadri, le rotture, le pause, le emozioni successive.
In questa visione, la pirotecnica si unisce alle arti sceniche. Uno spettacolo memorabile non si limita ad accumulare effetti; costruisce una progressione. Sorprende senza disorientare. Lascia spazio a silenzi, accelerazioni, immagini potenti e momenti più sospesi. Può appoggiarsi a una sequenza spettacolare, ad esempio la valorizzazione di un’architettura o una salita molto coreografata, ma deve soprattutto offrire un’emozione d’insieme. È questa traccia che Grand Final cercava di lasciare ai Gold Master 2019.
La musica come spina dorsale dello spettacolo
Per Grand Final, la musica non è un accompagnamento aggiunto in un secondo momento. Struttura la creazione. Pierre-Emmanuel Gélis la descrive come l’elemento che guida il movimento; Stéphane Bazoge insiste sulla sua capacità di orientare, scandire e sorprendere. Il ruolo centrale affidato alla colonna sonora spiega la precisione ricercata nelle sincronizzazioni, ma anche la volontà di suscitare un’esperienza più profonda di un semplice susseguirsi di esplosioni colorate.
La musica conferisce al fuoco una temporalità particolare. Prepara l’attesa, innesca la sorpresa, amplifica i contrasti. In combinazione con l’artificio pirotecnico, può far scomparire la normale misura del tempo: pochi minuti diventano un percorso emotivo, una successione di tensioni e rilassamenti. Per un concorso come i Masters de Feu, in cui il pubblico e la giuria valutano tanto la padronanza tecnica quanto l’intenzione artistica, questo dialogo tra suono e luce diventa decisivo.
Una pirotecnica semplice, accessibile ed elegante
Ciò che colpisce nelle risposte di Pierre-Emmanuel Gélis e Stéphane Bazoge è il loro attaccamento a una forma di chiarezza. La parola “semplice” non significa povera o facile; rimanda piuttosto alla leggibilità del gesto. Uno spettacolo pirotecnico riuscito deve poter essere compreso da un pubblico molto ampio, offrendo al tempo stesso agli intenditori la finezza delle scelte tecniche e musicali. Questa semplicità richiede invece una grande padronanza: sapere togliere, dosare, gerarchizzare, non dire tutto nello stesso momento.
L’eleganza, altra parola importante del loro vocabolario, si gioca nelle proporzioni. Appare nella scelta dei colori, nel respiro delle sequenze, nel rifiuto dell’eccesso sistematico. Grand Final rivendica una pirotecnica che può essere spettacolare senza diventare dimostrativa. Questa linea, già leggibile nel loro percorso internazionale, trovava ai Masters d'Or un quadro particolarmente coerente: quello di un concorso in cui l’artificio è giudicato come una scrittura, non soltanto come una prova di bravura.
Trasmettere il desiderio di fare del fuoco un mestiere
Interrogati sul consiglio da dare a un giovane appassionato che sogni di diventare artificiere, i fondatori rispondono con humour e apertura: in Grand Final i talenti sono i benvenuti. Dietro la formula si coglie anche una realtà del settore. La pirotecnica è un mestiere di passione, ma anche di rigore, di apprendistato lungo, di sicurezza assoluta e di curiosità costante. Richiede di saper sognare in grande, pur padroneggiando i dettagli più concreti.
Questa intervista, pubblicata prima dei Gold Master 2019, mostra così Grand Final in un momento cruciale: una maison francese già riconosciuta, forte di esperienze internazionali, ma ancora animata dal desiderio di difendere una visione artigianale e sensibile dello spettacolo pirotecnico. A Compiègne, Pierre-Emmanuel Gélis e Stéphane Bazoge non venivano soltanto a cercare un trofeo. Venivano a ricordare che un fuoco d’artificio, quando è pensato con esattezza, può diventare un racconto condiviso, un’architettura di emozioni e un ricordo duraturo nel cielo.